Accessibilità, la grande sfida

Martedì 20 Giugno 2017

Le politiche per l’accessibilità secondo Lisa Noja: coprogettazione, informazione, tecnologie, creatività.

Lisa Noja ha ricevuto le deleghe alle Politiche per l’accessibilità dal Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ad agosto 2016. Classe 1974, avvocato milanese con esperienze di studio e lavoro all’estero, Lisa Noja è da sempre impegnata nella tutela dei diritti sociali, in particolare di quelli delle persone con mobilità ridotta. 

 

Ha accettato di coordinare il convegno dedicato alla coprogettazione e al progetto CREW, che si è tenuto a Cascina Triulza, nell’area Expo, durante il recente Human Factory Day. Nel corso dei lavori è emersa la sua attenzione al tema della coprogettazione, e dunque ci è parso interessante riprendere con lei alcuni spunti dell’incontro durante una intervista nel suo ufficio a Palazzo Marino.

 

Siamo entrate subito nel vivo del tema, chiedendole come valuta il metodo della coprogettazione per sviluppare politiche di accessibilità.

“Già ai tempi di Expo il Comune di Milano aveva deciso di coinvolgere le associazioni sul tema dell’accessibilità, ma il mio tentativo è di andare oltre, coinvolgendo non solo i portatori di bisogni, ma anche i creativi, i designer, i makers. Le persone con disabilità hanno bisogni molto diversificati: la mia carrozzina è standard, però io ho passato una giornata all’officina ortopedica, per personalizzarla sulle mie specifiche esigenze.

Con le nuove tecnologie, con le stampanti 3D, la personalizzazione può essere ancora più spinta, e diventare alla portata di tutti, semplicemente progettando insieme la soluzione che può rispondere a uno specifico problema.

Io sto lavorando in questo modo, cercando di coinvolgere l’amministrazione, i portatori di bisogni, e i creativi digitali e tecnologici in piccoli progetti, che possono però indicare la strada.

Un esempio è il progetto Open Rampette, con l’assessora Tajani, per trovare soluzioni sul tema dell’accessibilità dei negozi. Esiste una norma in proposito, ancora largamente disattesa, ma c’è soprattutto il problema di creare consapevolezza, di fare cultura.

Con We Make, abbiamo sentito le associazioni di categoria e i commercianti di una zona, l’Isola, abbiamo coinvolto i cittadini e le persone con problemi di mobilità, abbiamo fatto tavoli di confronto e coprogettazione, dove i diversi attori hanno portato il loro punto di vista, le loro esigenze”.

 

Open Rampette ha affrontato due aspetti della questione: la modalità di chiamata, ovvero il modo per chiedere al commerciante di poter utilizzare le rampe di accesso al negozio, e le procedure burocratiche, cioè le modulistiche che il commerciante deve utilizzare per avere i permessi dal Comune per attuare un sistema di accesso facilitato ai locali. Il progetto è in corso, ma si può già registrare un dato positivo, riguardo alle adesioni al progetto, ma soprattutto riguardo all’aumento della consapevolezza sul problema.

 

Lisa Noja sorride e racconta il suo desiderio: “Io vorrei che la disabilità, e le soluzioni che possono rispondere ai diversi bisogni delle persone con fragilità, diventasse un tema collettivo, culturale.

I processi di coprogettazione possono aiutare ad andare in questa direzione, facendo diventare quello che è un problema per alcuni, una sfida intellettuale per progettisti, designer, makers, architetti, urbanisti. Vorrei che l’accessibilità diventasse un tema cool. Sulla base delle esperienze che ho visto all’estero, vorrei che anche a Milano si ragionasse su una città senza ostacoli, cesure, gradini, dislivelli. Una città continua è più bella, più accogliente, più facile, più sicura, e non solo per le persone con disabilità, ma per tutti: mamme con le carrozzine, anziani, bambini, persone con il trolley o con il carrello della spesa. E le città più innovative, più aperte, più accoglienti, sono anche le città più accessibili: Berlino, Vancouver, ad esempio”.

 

Questo desiderio rimanda alla delega alle Politiche per l’accessibilità: Lisa Noja sottolinea che il suo mandato non è la disabilità, le politiche sociali, ma l’accessibilità nel senso più ampio del termine. Quindi anche accessibilità alle informazioni, che spesso sono di difficile reperibilità. Le tecnologie possono essere molto utili in questa direzione, per standardizzare l’informazione e per renderla disponibile con strumenti di uso comune, come tablet o cellulari.

 

Riguardo alle politiche per l’accessibilità, Lisa Noja ricorda che nel bilancio partecipativo del Comune di Milano è previsto un bonus a chi inserisce nei progetti elementi di accessibilità, che vanno oltre la normativa. E’ un modo per promuovere il tema, per aumentare la consapevolezza, per diffondere buone pratiche: un esempio è la progettazione di una rampa dolce, invece di pensare al montascale. La rampa agevola tutti, il montascale solo la persona in carrozzina.


“Io penso che sia più utile diffondere informazione e fare cultura, prima di obbligare o sanzionare. Pensiamo agli alberghi, al turismo: quasi nessuno si promuove come struttura accessibile, valorizza questo elemento. All’estero non è così. Noi dobbiamo formare progettisti, architetti, urbanisti che adottino questa visione”.

 

Nei programmi di Lisa Noja ci sono altri progetti di accessibilità, che riguardano diversi ambiti, dalle mostre, ai musei, allo sport, e differenti tipologie di fragilità: hanno in comune l’obiettivo di produrre Linee Guida, perché spesso c’è disponibilità, ma non ancora know how. E in questa direzione, la coprogettazione può essere uno strumento efficace.

 

“Imparo molto dalle persone che incontro, dalle associazioni: esistono strumenti, tecnologie, app che possono rispondere alle più diverse esigenze, ma che sono ancora poco conosciute. Noto che c’è attenzione, ma bisogna far passare una nuova filosofia, un nuovo approccio.
Quando ero bambina, a scuola si discuteva sul perché bisognasse impegnarsi così tanto per mandare l’uomo sulla luna. Poi l’insegnante ci ha raccontato che le tecnologie dello spazio sono entrate nella vita di tutti. Non ci si deve fermare davanti al discorso dei numeri bassi, delle poche persone, che è una delle obiezioni più diffuse. Spazi, percorsi, progetti e oggetti pensati per persone con fragilità, possono cambiare e migliorare la vita di tutti”.