Coprogettazione come moltiplicatore di conoscenza

Domenica 18 Giugno 2017

Coprogettare è un modo diverso, nuovo, di produrre conoscenza e proprio per questo motivo vale la pena intraprendere dei percorsi che vedano coinvolti fin dal principio tutti gli stakeholder, compresi quanti rappresentano il bisogno rispetto a un determinato problema.

 

In estrema sintesi è questo il punto di forza del progetto CREW; l’aver creato le condizioni necessarie affinché un gruppo di persone con competenze ed esperienze estremamente diverse, pur comunque afferenti allo stesso tema, potessero lavorare con un obiettivo comune: progettare soluzioni tecnologiche utili al benessere di persone con disabilità, in contesti diversi.

Per creare tali condizioni è stato indispensabile fornire ai gruppi degli strumenti specifici: di comunicazione, di facilitazione e di rafforzamento delle idee prodotte. Tali strumenti sono stati analizzati nella seconda parte del workshop sul progetto CREW, svoltosi nell’ambito del secondo Human Factory Day, il 29 maggio scorso presso Cascina Triulza. I lavori della seconda parte, introdotti da Antonella Bertolotti che ha ripercorso le tappe principali di CREW, sono stati moderati da Lisa Noja, delegata del sindaco di Milano al tema dell’accessibilità e hanno visto confrontarsi chi ha strutturato tali strumenti con chi li ha vissuti direttamente, partecipando ai tavoli di lavoro del progetto.

 

A proposito della comunicazione sia Federico Pedrocchi, coordinatore del team di Triwù che ha strutturato gli strumenti a disposizione sia Giovanna Oliva, presidente di Spazio Vita Niguarda onlus, che ha partecipato al laboratorio Ambienti di vita per una nuova autonomia del progetto CREW, convengono nell’affermare che l’obiettivo è stato quello di costruire modalità per condividere conoscenza, ma il lavoro di fatto è stato molto altro. Il sito privato, le piattaforme di condivisione dei contenuti, i report sui singoli incontri sono stati fondamentali per garantire la partecipazione di tutti e gettare le basi per la costruzione di un linguaggio comune. Ma il percorso strutturato è stato molto più di questo: l’aver creato uno spazio per la condivisione delle conoscenze e forse financo un’atmosfera empatica adatta ha permesso di trattare in maniera nuova e approfondi temi delicati e spesso taciuti legati ai bisogni delle persone con disabilità. E questo ha consentito a tutti di riposizionarsi reciprocamente, di cambiare punto di vista, di produrre idee in maniera nuova.

Naturalmente questo percorso non sarebbe stato possibile se il lavoro dei gruppi non fosse stato facilitato. Ne è convinta Cristina Manfredini, di Fondazione Asphi: “I facilitatori hanno garantito, fin dall’incontro del 31 marzo 2015, quanto il progetto è stato avviato, la possibilità di un’effettiva partecipazione di tutti noi”. I facilitatori hanno presidiato, per i gruppi di lavoro, tempi, temi di lavoro e contenuti, in stretta sinergia con le indicazioni e il mandato espresso da Fondazione Cariplo.

Secondo Barbara Di Tommaso, che con Matteo Lo Schiavo ha coordinato i tavoli di lavoro, la facilitazione ha permesso di avviare un “processo generativo partecipato di influenzamento reciproco di idee e paradigmi, creando condizioni facilitanti in un contesto non facilitante”. Infatti le condizioni date - tempi, ambizione del mandato, modalità di creazione dei gruppi – hanno determinato difficoltà e inciampi, nonostante i quali gli obiettivi sono stati raggiunti.


I gruppi infatti, al termine dei quattro incontri previsti per la seconda fase del progetto, sono arrivati alla definizione dei concept, ricorda Mario Salerno, di Fondazione Filarete, che ha coordinato la fase successiva, quella di rafforzamento.

 

I concept avevano, rispetto ad altri piani di progetto, un punto di forza di fondamentale importanza: l’identificazione chirurgica di un bisogno insoddisfatto, l’individuazione di una necessità non ancora coperta dal mercato. “Al termine della seconda fase”, sostiene Alberto Paleari, docente di Scienze dei materiali all’Università Milano-Bicocca e partecipante al laboratorio Pratica motoria e disabilità “avevamo messo a sistema le nostre competenze, sincronizzando gli intenti di ciascun partecipante e arrivando alla generazione di idee e concept. Gli strumenti messi a disposizione nella fase di rafforzamento ci hanno permesso di sincronizzare invece le nostre competenze, per arrivare alla definizione di business plan, con una attenzione che alcuni di noi non avevano mai dovuto avere nella fase di progettazione”.

 

Un percorso quindi, a detta di chi l’ha delineato e di chi l’ha vissuto, che ha permesso di strutturare un processo creativo di conoscenza di assoluto interesse, pur nella consapevolezza di alcuni nodi critici: innanzitutto la questione dei tempi e non secondariamente l’incertezza di alcuni aspetti normativi del percorso processuale. D’altra parte il valore aggiunto rispetto ad un processo di ricerca tradizionale sembra essere dirompente: è generativo di conoscenza in maniera altra e nuova.


Questo stesso aspetto è stato sottolineato anche da Franco Molteni, advisory board del progetto, durante la trasmissione online Cafè Triwù, in un dibattito che ha visto protagonisti Carlo Mango e Giovanna Oliva (qui il video completo): mettere a disposizione le proprie competenze in un ambito coprogettuale attiva un moltiplicatore di conoscenza, e il risultato non è la somma di due fattori, ma molto di più, perché l’ecosistema che si viene a creare è creativo e generatore di conoscenza.

 

Un processo di grande interesse quindi, da seguire anche nelle tappe future.