Opencare: la manifattura 4.0 cambierà il mondo?

Lunedì 27 Novembre 2017

Il progetto Opencare, finanziato dal programma Horizon 2020 e avviato con l'obiettivo di trovare soluzioni innovative ai bisogni di cura, costruite attraverso il coinvolgimento diretto delle comunità è arrivato alla sua conclusione.

 

 

Il convegno di chiusura delle attività del progetto è stato occasione per un'ampia riflessione su innovazione, co-progettazione, contributi del mondo makers e possibili sviluppi delle politiche pubbliche in questi ambiti.

 

Gli interventi lungo l'arco della due giorni hanno affrontato da molteplici punti di vista la medesima questione: è un dato di fatto che i sistemi di produzione in generale e in particolare i sistemi di cura, così come li abbiamo interpretati fino a questo momento, stanno subendo modifiche sostanziali grazie all'apporto delle nuove tecnologie e alla possibilità, sempre più concreta, di un intervento diretto anche da parte di chi, fino a questo momento, non è mai stato coinvolto.

 

Le manifatture digitali, consentono (potenziali) livelli di co-progettazione che aprono nuove prospettive, da sperimentare e, ove possibile, incentivare grazie all'intervento dei policy makers anche in ambito urbano.

 

Una sfida anche per le istituzioni che devono trovare nuove modalità per incentivare e in parte regolamentare questi territori in velocissima evoluzione. Se da un lato è innegabile la volontà di alcune isituzioni, come il Comune di Milano, di intervenire su questi temi - si veda ad esempio il piano Manifattura Milano, dall'altro non si possono negare alcune difficoltà e battute d'arresto. I frutti dell'innovazione, ad esempio in ambito medicale, non sono sempre accettati di buon grado dalle istituzioni che pongono con forza il tema della certificazione e dell'affidabilità di queste soluzioni autocostruite.

 

Alcuni esempi delle potenzialità dei processi attualmente in corso sono incoraggianti: dalle soluzioni emerse nell'ambito del Progetto CREW a quelle prodotte dal progetto Open Rampette. Secondo Lisa Noja, tale esperienza è di fondamentale importanza non solo per i risultati specifici - trovare strumenti utili a superare il problema specifico e concreto dell’accesso agli esercizi commerciali, ma anche perché costituisce la sperimentazione di un metodo che potrebbe essere adottato per altre tematiche di accessibilità.

Si innovano i processi quindi, ma anche i luoghi, come nel laboratorio GalGael di Glasgow e i prodotti, come nel caso di IKO, la protesi completamente personalizzabile costruita con i mattocini LEGO

 

 

o la serie di oggetti nati dalla collaborazione della Fondazione TOG con i makers di OPEN DOT.

 

 

Potere ai makers, dunque? Interessante in questo senso la riflessione conclusiva di Marianna d'Ovidio che sostiene con forza la tesi per cui la tecnologia innovativa della fabbricazione digitale si sviluppa nella città contemporaneamente all’emergere dell’ideologia della produzione e del consumo collaborativo, che risulta capace, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, di connettere persone su temi di interesse comune e di farle collaborare per condividere idee, servizi e beni materiali (anche solo permettendo a due sconosciuti di utilizzare la stessa automobile, invece di possederne una ciascuno).

 

La sfida, a questo punto è riuscire a capire se la comunità che collabora sia effettivamente inclusiva - perchè ogni qualvolta definiamo un territorio di inlcusione stabiliamo anche di escludere qualcuno. E, d'altra parte, non si può pretendere che le istituzioni adottino trasformazioni rivolzionarie... se i makers conferiscono senso all'innovazione, saranno forse gli unici a farsene carico, con oneri e onori?

 

Sul sito del progetto Open Care è possibile rivedere gli streaming di alcuni interventi.