Attività motoria e ri-abilitazione: lo sport deve essere per tutti

Mercoledì 24 Agosto 2016

L’attività motoria risulta utile al mantenimento dello stato di salute della persona con disabilità, alla sua autonomia e alla riduzione dei costi diretti ed indiretti legati alla vita sedentaria. Come favorire l’accessibilità e la diffusione dell’attività fisico-sportiva? Un intervento del Dottor Luciano Bissolotti.

 


Luciano Bissolotti
, Medico Specialista in Medicina Fisica e Riabilitazione e in Medicina dello Sport, all’inizio delle attività del progetto CREW ha inviato un suo intervento per il gruppo di lavoro. Ne pubblichiamo una sintesi, perché il suo punto di vista può contribuire al dibattito e a iniziative concrete su queste tematiche.

 

Un primo – fondamentale - elemento di attenzione riguarda la necessità di rendere disponibili dati sempre più consistenti su quanto l’attività fisica adattata risulti utile al mantenimento dello stato di salute della persona con disabilità, alla sua autonomia ed alla riduzione dei costi diretti ed indiretti legati alla mancata partecipazione a programmi di AFA - Attività Fisica Adattata - e ASA - Attività Sportiva Adattata.

La ricerca scientifica deve ancora lavorare per distinguere ciò che è AFA e ciò che è ASA, perché a tutt’oggi questa distinzione non è così chiara. Tale distinzione dovrebbe esistere non solo a fini nosologici ma anche per creare dei percorsi prescrittivi meglio tarati sul reale livello di classificazione agonistica. Ad es., chi fa attività fisica ma non partecipa a gare agonistiche dovrebbe avere diritto a certi presidi e non ad altri. Viceversa a chi partecipa a gare agonistiche provinciali, regionali, nazionali, europee, internazionali, si potrebbero fornire altre tipologie e altre quantità di presidi in termini di tipo e numero.

 

E questo argomento rimanda immediatamente ad altre considerazioni, per incrementare la partecipazione delle persone con disabilità alla pratica fisica e sportiva.

Manca uno stimolo e un supporto istituzionale a programmi divulgativi presso scuole e centri sportivi: spesso le Associazioni sportive per persone con disabilità promuovono attività divulgative presso centri scolastici e sportivi, avvalendosi anche di fondi pubblici. Ma il finanziamento di tali attività – se e quando esiste - è episodica e poco strutturata, e mai su base pluriennale.

Sarebbe necessarie forme di incentivazione per agevolare l’accesso di persone con disabilità a palestre e centri sportivi “per tutti”: ad esempio detrazioni fiscali per i centri che sviluppino progetti di effettiva facilitazione focalizzati sulle disabilità, con interventi per l’accessibilità, per postazioni dedicate, per istruttori specializzati…
Di fatto sarebbero necessarie maggiori risorse sia per promuovere servizi sportivi per la disabilità, sia per sostenere percorsi formativi dedicati.

 

Le istituzioni, le Regioniin primis, dovrebbero lavorare almeno su due livelli:

  • fornire un supporto prescrittivo – anche solo parziale - rispetto ai presidi per la pratica sportiva (carrozzine sportive, handbyke, etc), attualmente non previsto.
  • favorire l’innovazione tecnologica nell’ottica del miglioramento del rapporto costo beneficio dei presidi per la pratica sportiva.

Questa situazione aggiunge un’altra barriera alla comunicazione di opportunità per la pratica sportiva da parte dei sanitari (medici-fisio-terapisti occupazionali), perché sanno che al disabile (soggetto in genere spesso già fragile economicamente) non potrà essere prescritto dal SSN alcuno dei presidi utili ad una pratica sportiva o agonistica avanzata. Una persona con disabilità che pratica sport deve acquistare a proprie spese tutta l’attrezzatura, che risulta essere anche molto costosa. E sostenere i costi legati agli spostamenti verso i centri dove fare sport.

 

Il problema del rapporto tra riabilitazione e attività fisico-sportiva non è “culturale” ma deve essere ricondotto a quanto detto prima, ovvero alla mancata riconducibilità ufficiale a codici prescrittivi specifici per la pratica sportiva in ambito riabilitativo. A livello regionale e nazionale il sistema sanitario non prevede codici e percorsi per l’accesso del disabile allo svolgimento di allenamenti su handbike, basket o altro, presso servizi di riabilitazione. La consuetudini nasce dalla effettiva impossibilità prescrittiva e non da pigrizia o vincoli culturali. Chi organizza servizi del genere lo può fare solo per avere un ritorno indiretto dall’attivazione di questi servizi.

 

Anche la mancanza di informazioni tra servizi, medici, famiglie, scuole, associazioni, in funzione di un progetto per la persona con disabilità centrato sull’attività motoria è da ricondursi di nuovo alla mancanza di specifici codici del nomenclatore per prestazioni svolte in tal senso da parte del sanitario. Quindi, o la persona con disabilità ha accesso a una realtà ospedaliera che supporta e motiva progetti ri-abilitativi in questa direzione, o tutto risulta tempo lavoro “perso”.

Di contro, anche la frequentazione di un centro sanitario per fare attività motoria non produce “inclusione”, perché si resta in un ambiente “clinico” e non aperto a tutti. Diverso sarebbe avere accesso a palestre e centri sportivi, luoghi di incontro e socializzazione.

 

Per finire, il tema della ricerca e dei costi: c’è un basso investimento nella ricerca per rendere gli ausili esistenti più performanti e meno costosi. Per quanto detto in precedenza, le imprese italiane non investono in ricerca perché non hanno un chiaro sbocco di mercato una volta arrivati al prodotto finito. E’ un circolo vizioso, perché la riduzione dei costi potrebbe facilitare l’atto prescrittivo, l’accessibilità alle attrezzature, e in definitiva un ampliamento del mercato.