Dalla diagnosi all'inclusione sociale: il percorso di un bambino con disturbi dello spettro autistico

Giovedì 25 Agosto 2016

La diffusione crescente di questo tipo di disturbi, unita alla necessità di un intervento precoce e continuativo, hanno suggerito alla cabina di regia del Progetto CREW un impegno in questo ambito. Le osservazioni del Prof. Enzo Grossi, Direttore scientifico di Villa Santa Maria di Tavernerio (Como).

 

Le linee guida del Ministero della Salute, “Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti”, pubblicate nel 2011 e aggiornate nel 2015, presentano le dimensioni quantitative di un quadro complesso e in evoluzione.

“L’autismo non sembra presentare prevalenze geografiche e/o etniche, in quanto e stato descritto in tutte le popolazioni del mondo, di ogni razza o ambiente sociale; presenta, viceversa, una prevalenza di sesso, in quanto colpisce i maschi in misura da 3 a 4 volte superiore rispetto alle femmine, una differenza che aumenta ancora di più se si esaminano i quadri di sindrome di Asperger, una delle forme dei disturbi dello spettro autistico.

Una prevalenza di 10-13 casi per 10.000 sembra la stima più attendibile per le forme classiche di autismo, mentre se si considerano tutti i disturbi dello spettro autistico la prevalenza arriva a 40-50 casi per 10.000. Vanno comunque condotti ulteriori studi in relazione agli aumenti di prevalenza delle patologie autistiche che in questi ultimi tempi sono stati segnalati soprattutto dai paesi anglofoni e che porterebbero la prevalenza dei disturbi dello spettro autistico a 90/10.000. Questi dati devono essere confrontati con quelli che si possono ricavare dai sistemi informativi delle regioni Piemonte ed Emilia-Romagna, che indicano una presa in carico ai Servizi di neuropsichiatria infantile di minori con diagnosi di autismo rispettivamente di 25/10.000 e 20/10.000.”

 

Secondo Enzo Grossi, in Italia la diagnosi di autismo è troppo tardiva, in genere tra 3-5 anni. Il salto epocale sarebbe quello di avere un sistema che permettesse il riconoscimento del problema entro i 2 anni di vita, addirittura a 12 mesi, e questo permetterebbe di intervenire con tecniche che possono influenzare la storia naturale della malattia.

 

Riguardo ad un intervento in ambito scolastico, quando il bambino è in età di scuola materna, si tratta di effettuare interventi che possano migliorare le performance che lui manifestamente non ha. Si tratta di intervenire sui deficit che si stanno manifestando. Ed è proprio in questa fase che si gioca il destino del bambino. Qui non servono tecnologie, ma tecniche di tipo cognitivo-comportamentale, messe in atto da operatori esperti che siano in grado di usare forme di stimolazione sensoriale-cognitiva per permettere un parziale recupero grazie alla plasticità cerebrale.

 

In età scolare il profilo del bambino è già consolidato e si tratta di riabilitarlo e cercare di permettergli un'acquisizione di conoscenze del curriculum scolastico (leggere, scrivere, esprimersi). In particolare, a scuola dobbiamo partire dalle problematiche esistenti: ritardo cognitivo, presente in oltre il 50% dei bambini con disturbi dello spettro autistico, con difficoltà a usare pensiero astratto e presenza di anomalie nell'espressione verbale; difetti nell'interazione sociale; problemi nella comunicazione; scarsa presenza di interessi.
La scuola dovrebbe occuparsi in particolare dei disturbi della comunicazione, comprensione e relazione, che poi cercano un circolo vizioso e una grossa frustrazione nel bambino stesso. “E qui le tecnologie possono essere utili”, sottolinea Enzo Grossi.

 

Una analisi della pratiche ad oggi diffuse in ambito scolastico, effettuate all’inizio del Progetto CREW, ha rivelato ampi margini di miglioramento, mentre le moderne tecnologie di comunicazione rappresentano un’area ad elevato potenziale. Inoltre lo stato dell’arte evidenzia la necessità di individuare degli specifici percorsi di formazione e divulgazione sui disturbi dello spettro autistico, rivolti sia alle famiglie sia alle scuole, al fine di incrementare il livello di conoscenza, nonché diminuire lo stigma che sovente si crea intorno al paziente con disturbi dello spettro autistico fin dalla scuola primaria.