Sport e disabilità: una sfida per tutti

Giovedì 08 Dicembre 2016

Fare sport contribuisce al benessere e soprattutto è una forte leva di inclusione sociale. Questo l'assunto principale dal quale è partito il laboratorio Pratica Sportiva e Disabilità del progetto CREW. Assunto confermato da tre grandi sportivi paralimpici che abbiamo intervistato: Giusy Versace, Martina Caironi e Alvise De Vidi.


Tre atleti diversi per età, genere, disciplina sportiva. Tre persone con disabilità che hanno trovato nello sport un modo per superare i propri limiti, sfidare se stessi e avere una vita piena.


Iniziamo con l'esperienza di Giusy Versace. Il suo racconto inizialmente ci spiazza: "Prima dell'incidente ero una sportiva, dopo per me tornare a fare sport è stata una scommessa, quasi una sfida".

| Perché una sfida? Non hai iniziato a fare sport durante la riabilitazione?
R | Non proprio, anzi, durante la riabilitazione a parte il nuoto, mi avevano sconsigliato di fare altro, sia per la mia conformazione fisica che per la tipologia di amputazione. Io invece mi sono incaponita e da testarda quale sono, ho continuato.


| Quali credi siano le difficoltà che incontra una persona con disabilità che voglia avvicinarsi allo sport?
R | Senza dubbio il costo degli ausili. Nel mio caso questo ha inciso meno, sono un'invalida INAIL, quindi non sono legata ai tetti di spesa imposti dal nomenclatore: nella maggioranza dei casi però proprio i costi molto alti disincentivano le persone con disabilità a fare sport.
E questo è un problema perché avvicinarsi all'attività sportiva può essere un riscatto, nei confronti di se stessi e degli altri. Ti spinge a non vivere il tuo handicap in solitudine quanto piuttosto a confrontarti con il mondo, in maniera positiva e incentivante.


| Questa possibilità però in molti casi non è facilmente accessibile...
R | Direi proprio di no. Anzi, direi che il sistema in generale non è molto incentivante e di sicuro non facilita le persone con disabilità ad usufruire di tutte le possibilità: io stessa ho avuto non poche difficoltà ad orientarmi nelle diverse pratiche burocratiche. E questa è una condizione che mi viene confermata anche dalle persone che incontro lavorando con l'associazione Disabili No Limits che presiedo: talvolta mancano le informazioni, in altri casi sono proprio le persone che dovrebbero dare le risposte, ad esempio ad uno sportello, a non essere completamente preparate.


Martina Caironi ha subito un'amputazione a seguito di un incidente stradale all'età di 18 anni. Ci racconta: "Ero molto giovane e inizialmente ho vissuto la mia condizione in modo molto negativo: quasi mi vergognavo ad indossare la protesi". Nel corso del tempo però, superato lo shock iniziale, le cose sono cambiate: "Ho scelto di tornare a fare sport, perché era parte della mia normalità. Prima dell'incidente giocavo a pallavolo, sono sempre stata attiva. Tornare a praticare un'attività sportiva mi ha aiutata da molti punti di vista. Fare sport ti costringe ad entrare in relazione con gli altri, a superare i tuoi limiti, ti rafforza. Mi è servito anche dal punto di vista fisico, è stato utilissimo per migliorare il mio tono muscolare generale e adattare la postura alla mia nuova condizione. Non da ultimo, fare sport mi ha aiutata ad accettarmi: sulla pista non ci si vergogna più.

 

| Nel tuo caso quindi lo sport non è rientrato direttamente nel protocollo riabilitativo, è stata una tua scelta personale...
R | Effettivamente sì. Ma dal mio incidente sono passati nove anni, adesso la situazione è cambiata e nei percorsi riabilitativi si inserisce lo sport in maniera strutturata. Certo che uno dei problemi legati alla pratica sportiva è l'elevato costo degli ausili.
Non sto parlando di una lama come la mia naturalmente, non tutti necessitano di strumenti così performanti ma il costo degli ausili rappresenta sicuramente una barriera.


| Certo il tema dei costi incide e tanto, ma a partire dalla tua esperienza, quali sono, se ci sono, altre criticità che rendono difficile ad una persona con disabilità avvicinarsi alla pratica sportiva?
R |Credo che uno dei problemi principali sia la mancanza di tecnici formati per allenare persone con disabilità. Le esigenze rispetto a un atleta normodotato sono, ovviamente diverse. Il numero dei tecnici con una preparazione specifica è basso, decisamente troppo basso.

Anche per Alvise De Vidi fare sport è di fondamentale importanza per superare i propri limiti: "Ha contribuito in maniera determinate a farmi riacquistare fiducia nelle mie capacità, ad aumentare la mia autostima e a farmi raggiungere una certa dose di autonomia. Il punto è che io ho iniziato quasi per caso, grazie ad un incontro fortuito con uno sportivo con disabilità che mi ha stimolato a provare".

 

| Quindi consiglieresti a tutti di avvicinarsi ad una disciplina sportiva?

R | Sicuramente sì. Io mi sono fatto male nel 1983, da allora le cose sono molto cambiate: si lavora perché lo sport diventi una consuetudine e non un'eccezione. Oggi ci sono molte più possibilità, che un tempo erano precluse alle persone con disabilità. La società attuale è molto più aperta, anche grazie ai successi sportivi che progressivamente gli atleti con disabilità hanno ottenuto e stanno ottenendo.

 

| Non è sempre facile però iniziare a fare sport...
R | Dipende... le variabili sono molte. Innanzitutto dipende dal tipo di disabilità e non secondariamente da... dove si abita. Io sono fortunato, nella mia zona - Alvise è veneto - ci sono numerose strutture e altrettante società sportive in grado di dare ad una persona con disabilità la possibilità di provare a fare sport. Il problema è che non è così in tutta Italia. La situazione è abbastanza positiva in tutto il nord Italia e anche in alcune regioni, come il Lazio. In altre situazioni per fare un allenamento devi fare lunghi spostamenti e certo questo non è incentivante. A quel punto scatta la forza di volontà e il desiderio di continuare è più forte di tutto il resto.

Scopri di più su Giusy Versace, Martina Caironi e Alvise De Vidi.